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    Che cosa è la Meditazione?

    10 mesi ago · · 0 comments

    Che cosa è la Meditazione?

    Nonostante la sua crescente popolarità, al giorno d’oggi poche persone sanno cosa sia veramente la meditazione e in cosa consista davvero!

    Se ricerchiamo cosa sia la meditazione in rete ne troviamo di ogni immaginazione e ritengo che qualsiasi neofita si senta come un bambino davanti alla bancarella dei dolciumi, finendo per scegliere la leccornia più attraente, senza pensarci due volte.

    Di per sé non è sbagliato.

    Ma dobbiamo capire se ciò che ci viene proposto, unitamente a quello che stiamo sperimentando, corrisponde veramente a meditare e per esperienza posso assicurarvi che non è così scontato, soprattutto se siamo alle prime armi.

    Per esempio molti dei miei amici erano convinti che la meditazione fosse una sorta di tecnica di rilassamento, mentre alcuni parenti pensavano si trattasse di un metodo volto ad eliminare pensieri ed emozioni, capace addirittura di trasformare le persone in robot privi di sentimenti, per fortuna posso assicurarvi che queste credenze sono completamente erronee.

    Nel buddhismo esistono numerose tecniche di meditazione:

    Ogni Meditazione ha come comune denominatore l’ottenimento di una mente più vigile e presente, poichè solo in questo modo è possibile raggiungere uno stato di profonda calma e serenità, rendendoci capaci di osservare i nostri pensieri, le emozioni e le nostre tendenze, senza esserne più schiavi inconsapevoli.

    Questo processo inconscio è in grado di apportare un enorme trasformazione nella nostra esistenza, poichè da attori protagonisti, dove viviamo ogni dramma della nostra vita in prima persona, ne diventiamo gradualmente spettatori, capaci di osservarla da una prospettiva più ampia e spaziosa ed infine addirittura registi, in grado di gestire e trasformare ogni situazione a nostro vantaggio.

    Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di comprendere com’è possibile con la meditazione allenare la mente per renderla più presente e consapevole, senza che questa venga distratta dai pensieri del passato e del futuro, dalle emozioni e dalle tendenze che ci portano a compiere azioni di cui poi ci pentiamo.

    Siccome siamo costantemente bombardati da ogni sorta di notizia in tempo reale per via della globalizzazione, a cui si aggiungono le preoccupazioni dovute al lavoro, alla salute e alla famiglia, è lecito immaginare come la nostra mente sia costantemente distratta: l’esempio che fanno i maestri tibetani, che calza perfettamente a pennello, è quello della scimmia che salta agitata di ramo in ramo. Ecco, la nostra mente si comporta esattamente allo stesso modo balzando da un pensiero all’altro, da un’emozione all’altra, causandoci turbamento. Tutto questo dà origine alla sofferenza, in particolare se comprendiamo come ognuno di noi si identifica con le proprie proiezioni mentali, rendendole solide e reali, un’abitudine cristallizzata difficile da sovvertire. Per esempio c’è molta differenza nel dire “Sono arrabbiato” dal pronunciare “Sento l’emozione della rabbia”.

    La tecnica alla base di ogni meditazione buddhista, è in grado di accrescere lo stato di presenza e consapevolezza della mente.

    La Meditazione consiste nel lasciare quest’ultima concentrata su un oggetto qualsiasi, concreto o immaginario, come unico supporto alla meditazione stessa, in modo da dirigere la mente in un’unica direzione, come la punta di una freccia (al contrario di come è abituata a fare di solito).

    Ci si può concentrare su una pietra, su una statua del Buddha, su forme luminose, oppure nel caso più comune sul respiro, siccome è sempre a nostra disposizione e non nutriamo nessun giudizio positivo o negativo a riguardo.

    L’obiettivo della meditazione è quello di rimanere concentrati senza sforzo.

    Nel caso del respiro ad esempio, sul flusso d’aria che va e viene alla punta del nostro naso e quando capita che la nostra mente si distrae (accade ogni volta che ci accorgiamo di non essere più focalizzati sul nostro supporto), allora la riportiamo di nuovo dolcemente sull’oggetto, in questo caso il respiro.

    Per ottenere dei cambiamenti apprezzabili occorre ripetere questa tecnica di meditazione ogni giorno per periodi di tempo sempre più lunghi e possibilmente frequenti.

    Se riusciremo ad essere abbastanza costanti nella meditazione, dopo circa un mese, potremo notare i primi risultati, che si traducono in una maggiore serenità e calma mentale, una migliore concentrazione, un approccio più fiducioso nei confronti del futuro e contemporaneamente una crescente accettazione per gli episodi del passato.

    Ovviamente esistono anche altre tipologie di meditazioni più complesse, dove si utilizzano particolari visualizzazioni, oppure vengono pronunciati dei mantra, o ancora si ricorre a specifiche tecniche di respirazione, ma alla base di tutto occorre sempre cercare di mantenere il più possibile la presenza e la consapevolezza (il famoso vivere nel qui ed ora), provando a lasciare scorrere le proiezioni della mente senza esserne distratti, solo così sarà possibile accedere allo stato meditativo vero e proprio.

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    Matteo Ferrarini Counselor

    NGONDRO: CINTURA NERA DI BUDDHISMO

    1 anno ago · · 0 comments

    NGONDRO: CINTURA NERA DI BUDDHISMO

    Finalmente sono riuscito a terminare il Ngondro.

    Il Ngondro è l’insieme delle quattro meditazioni preliminari del lignaggio kagyupa, che di solito vengono completate nei ritiri monacali triennali, durante il primo anno di pratica.

    Ho come l’impressione di aver raggiunto un traguardo di vitale importanza, d’altronde sono anni che ogni giorno mi dedico alla pratica personale con costanza certosina.

    All’inizio credevo che fosse quasi impossibile riuscire come da tradizione, a ripeterle per ben centoundicimilacentoundici volte (si fa persino fatica a scriverlo) e invece il tempo e la forza di volontà mi hanno dato ragione, anche se devo ammettere che l’esempio di alcuni amici che sono riusciti a completarlo prima di me ha contribuito a darmi una notevole spinta, per questo li ringrazio dal profondo del cuore.

    Come recitava una famosa pubblicità, “il Ngondro è per molti, ma non per tutti” e nonostante lo slogan possa apparire leggermente ottimista, l’esperienza personale ha dimostrato che è possibile portarlo a termine con successo, anche vivendo in una moderna società occidentale.

    In altri contesti ho già affrontato le pratiche delle prosternazioni e del guru yoga (la prima e l’ultima), mentre non ho ancora accennato alla seconda e terza pratica.

    Queste, in breve, consistono rispettivamente nella purificazione del karma mentale più grossolano e nella riduzione dell’attaccamento unito allo sviluppo della generosità.

    Una volta concluse queste interminabili meditazioni, ho notato che tende a sorgere una sensazione d’appagamento, proprio come quando un esperto di arti marziali riceve la sospirata cintura nera dal proprio maestro, dopo aver superato l’esame finale.

    La verità è che purtroppo non siamo giunti alla fine del percorso, semmai siamo pronti per cominciare a preparare seriamente il nostro primo combattimento, ma attenti, il nemico è sempre alle porte!

    Ricordo le parole del mio maestro di aikido quando raccontava che diversi allievi avevano lasciato la palestra dopo aver ottenuto la cintura nera, convinti di essere arrivati, quando invece secondo il suo parere erano appena giunti al fatidico momento dove il gioco si faceva duro.

    In effetti era un quarto dan e poteva chiaramente comprendere come l’esecuzione delle tecniche marziali fosse più fluida e i movimenti più armoniosi, rispetto ad una qualsiasi altra cintura nera.

    Ora anch’io mi rendo conto, che nonostante abbia appena superato l’esame di cintura nera di buddhismo, sono ancora lontano anni luce dai miei maestri spirituali che potrei paragonarli all’ottavo dan di buddhismo o anche di più!

    D’altronde hanno meditato per una vita intera, partecipando a numerosi e lunghissimi ritiri di meditazione, ricevendo tantissimi insegnamenti e iniziazioni dai loro maestri radice.

    Con la mia attuale esperienza forse potrei cavarmela nella palestra di casa (il mio gompa), dove la mente è allenata a meditare in un ambiente controllato, ma sono conscio che ho ancora tanta di strada da fare, soprattutto se penso a un combattimento all’aperto, dove per non soccombere è necessario sapersi destreggiare con presenza e compassione alle emozioni taglienti che potrebbero attaccarci in qualsiasi momento.

     

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    REIKI, MOLTO PIÙ DI UN METODO DI GUARIGIONE

    1 anno ago · · 0 comments

    REIKI, MOLTO PIÙ DI UN METODO DI GUARIGIONE

    Esistono numerose leggende che riguardano la nascita del reiki e la vita del suo fondatore Mikao Usui, anche se ultimamente si è fatta molta più chiarezza a tal proposito.

    Usui nacque in Giappone nel 1865 nella prefettura di Gifu, un’epoca in cui nel Paese del sol levante regnava ancora una rigida struttura feudataria e dove i famosi samurai circolavano liberamente per le strade armati di spade.

    La sua famiglia apparteneva al rango più alto dei samurai denominato hatamoto, gli unici che potevano disporre di proprietà terriere, inoltre il loro stemma era contrassegnato dal sole e la luna, simbolo dei Myoken bodhisattva, infatti praticavano il buddhismo Tendai.

    Usui, fin dalla tenera età, fu portato in un monastero Tendai per studiare le materie umanistiche e imparare i precetti buddhisti, dopo di che come da tradizione zen Tendai, cominciò saltuariamente a meditare nelle caverne, portando a termine numerosi cicli di ritiri della durata di 21 giorni.

    Durante uno di questi ritiri effettuati presso il monte sacro Kurama, mosso dall’immensa compassione di poter essere di beneficio per tutti gli esseri senzienti, ebbe una profonda esperienza spirituale e gli apparve nella mente un’emanazione di Avalokiteshvara (il buddha della compassione) che gli trasmise il sistema completo del reiki.

    Mikao Usui decise così di trasmettere gli insegnamenti ricevuti, che in origine erano più estesi e profondi rispetto all’attuale sistema divenuto famoso in occidente, concentrato prevalentemente sul potere di guarigione.

    Difatti all’inizio il reiki non aveva questo nome, ma soprattutto il suo scopo prioritario consisteva in un percorso spirituale completo, volto al raggiungimento della perfezione personale.

    Usui insegnava che “è nella maestria del mistero del sé, che impariamo ad avere effetto sui misteri della vita”, ovvero se siamo in grado di comprendere la nostra vera natura, allora saremo anche capaci di capire la natura reale delle cose e dell’universo intero.

    Questi insegnamenti hanno una profondità tale che non dovrebbero essere confusi con l’attuale pensiero new age, dove il reiki viene spesso scambiato per una tecnica energetico emozionale fine a sé stessa, capace di favorire l’autoguarigione nelle persone, appoggiando banalmente le mani sul corpo.

    Un altro importante insegnamento riguardava la cura interiore dell’individuo, che poteva avvenire solo attraverso la pratica della meditazione, unita a quella esteriore, che comprendeva la comprensione del karma e una corretta condotta etica, considerata la medicina spirituale per tutti i disturbi.

    Quest’ultima veniva condensata in cinque precetti fondamentali da ripetere mentalmente o verbalmente due volte al giorno, seduti in posizione gassho (a gambe incrociate).

    Il primo precetto recita “solo per oggi non ti arrabbiare” e come sappiamo la rabbia è l’emozione disturbante più deleteria che in un istante brucia anche un karma estremamente favorevole;

    il secondo precetto afferma “solo per oggi non ti preoccupare “, ovvero consiglia di andare oltre le speranze e le paure nei confronti di un futuro immaginario che non possiamo conoscere e si può riassumere con il vivere nel “qui ed ora”;

    il terzo precetto espone “solo per oggi sii umile” e lavora sull’illusione causata dall’egocentrismo, che porta a sentirci superiori agli altri;

    il quarto precetto indica “solo per oggi sii onesto nel tuo lavoro” e presuppone il rispetto verso se stessi e gli altri;

    infine il quinto precetto enuncia “solo per oggi sii compassionevole con te stesso e con gli altri” e ci ricorda lo sviluppo della bodhicitta (la compassione equanime), che è il cuore degli insegnamenti buddhisti.

    Come abbiamo potuto constatare, l’originaria pratica del reiki è chiaramente inscindibile dal dharma ed è sintetizzata in questi cinque pensieri basilari ai quali sono state integrate delle antiche tecniche energetiche di origine shintoista, in grado di adeguare questo metodo a qualsiasi tipo di studente, senza che debba per forza aderire ad alcuna fede religiosa.

    Il termine “reiki” non è stato coniato direttamente dal suo fondatore, piuttosto sembra provenire da un generale della marina giapponese di nome Hayashi (colui che trasmise per primo il reiki in occidente in una versione laica più semplificata) e pare si riferisse ai portentosi metodi di guarigione di Usui, del quale era discepolo.

    Mikao Usui definiva il suo metodo una tecnica di guarigione che opera contemporaneamente sul piano energetico (andando a riequilibrare gli scompensi nel nostro sistema energetico) e spirituale (aiutandoci a diventare parte della coscienza universale).

    Risulta abbastanza intuibile che la capacità di guarigione di ognuno, dipenda in particolar modo dal grado di realizzazione spirituale acquisito, insieme al livello di esperienza maturato sul campo, per tale motivo è consigliabile seguire un percorso spirituale profondo e dedicare più tempo possibile alla pratica del reiki.

    Nei giorni nostri ogni persona può decidere liberamente di diventare un operatore reiki, in tal caso vi consiglio di affidarvi ad un maestro scrupoloso che vi trasmetta sensazioni positive.

    Ogni master reiki ha conseguito la necessaria abilitazione per conferire ai novizi le iniziazioni e gli insegnamenti indispensabili, affinché possano a loro volta divenire dei canali in grado di trasmettere al mondo l’energia universale.

     

     

    Per ogni ulteriore informazioni potete visitare la pagina Attività del mio sito e ottenere un appuntamento attraverso il modulo contatti per il trattamento reiki o la possibilità di frequentare i corsi di attivazione alla pratica del reiki.

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      LA MEDITAZIONE SCINE’

      2 anni ago · · 0 comments

      LA MEDITAZIONE SCINE’

      La meditazione Scinè in tibetano o Samatha in sanscrito è un tipo di meditazione che deriva dalla disciplina buddhista.

      Il termine “scinè” è composto da due sillabe: la prima, “sci” significa calmare, pacificare e la seconda, “ne” dimorare, rimanere.

      Ciò che bisogna calmare sono le emozioni perturbatrici della nostra mente come la rabbia e i pensieri discorsivi che senza tregua la rendono agitata, i quali secondo il pensiero buddhista sono la causa delle nostre sofferenze.

      Lo scopo principale della meditazione scinè è dunque quello di calmare la mente e di farla rimanere in questa condizione di pace, nonostante ogni causa di distrazione e agitazione.

      Risulta quindi evidente quanto utile possa essere la pratica di questa meditazione in un’epoca e in un ambiente come il nostro, dove le varie forme di nevrosi e di tensione sono all’origine di molti disturbi fisici e mentali.

      La tecnica usata per questo tipo di meditazione consiste nel lasciare la mente attenta su un qualsiasi oggetto, concreto o immaginario che serva da supporto alla meditazione stessa. Ci si concentra su una pietra, su un mucchietto di riso, su una statua del Buddha, sul nostro respiro, su forme luminose, o le indicazioni del maestro. L’essenziale è sviluppare la presenza mentale e la vigilanza.

      Secondo gli insegnamenti dei maestri buddhisti nella nostra condizione di esseri umani la mente è differenziata dai soffi sottili che circolano nei canali sottili all’interno del corpo: se il corpo è mantenuto dritto, nella corretta posizione, anche i canali sottili sono dritti e i soffi sottili che circolano all’interno non incontrano impedimenti e possono circolare liberamente.

      La mente indifferenziata da questi ultimi, si trova quindi nella sua condizione naturale.

       

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