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    Che cosa è la Meditazione?

    6 anni ago · · 0 comments

    Che cosa è la Meditazione?

    Nonostante la sua crescente popolarità, al giorno d’oggi poche persone sanno cosa sia veramente la meditazione e in cosa consista davvero!

    Se ricerchiamo cosa sia la meditazione in rete ne troviamo di ogni immaginazione e ritengo che qualsiasi neofita si senta come un bambino davanti alla bancarella dei dolciumi, finendo per scegliere la leccornia più attraente, senza pensarci due volte.

    Di per sé non è sbagliato.

    Ma dobbiamo capire se ciò che ci viene proposto, unitamente a quello che stiamo sperimentando, corrisponde veramente a meditare e per esperienza posso assicurarvi che non è così scontato, soprattutto se siamo alle prime armi.

    Per esempio molti dei miei amici erano convinti che la meditazione fosse una sorta di tecnica di rilassamento, mentre alcuni parenti pensavano si trattasse di un metodo volto ad eliminare pensieri ed emozioni, capace addirittura di trasformare le persone in robot privi di sentimenti, per fortuna posso assicurarvi che queste credenze sono completamente erronee.

    Nel buddhismo esistono numerose tecniche di meditazione:

    Ogni Meditazione ha come comune denominatore l’ottenimento di una mente più vigile e presente, poichè solo in questo modo è possibile raggiungere uno stato di profonda calma e serenità, rendendoci capaci di osservare i nostri pensieri, le emozioni e le nostre tendenze, senza esserne più schiavi inconsapevoli.

    Questo processo inconscio è in grado di apportare un enorme trasformazione nella nostra esistenza, poichè da attori protagonisti, dove viviamo ogni dramma della nostra vita in prima persona, ne diventiamo gradualmente spettatori, capaci di osservarla da una prospettiva più ampia e spaziosa ed infine addirittura registi, in grado di gestire e trasformare ogni situazione a nostro vantaggio.

    Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di comprendere com’è possibile con la meditazione allenare la mente per renderla più presente e consapevole, senza che questa venga distratta dai pensieri del passato e del futuro, dalle emozioni e dalle tendenze che ci portano a compiere azioni di cui poi ci pentiamo.

    Siccome siamo costantemente bombardati da ogni sorta di notizia in tempo reale per via della globalizzazione, a cui si aggiungono le preoccupazioni dovute al lavoro, alla salute e alla famiglia, è lecito immaginare come la nostra mente sia costantemente distratta: l’esempio che fanno i maestri tibetani, che calza perfettamente a pennello, è quello della scimmia che salta agitata di ramo in ramo. Ecco, la nostra mente si comporta esattamente allo stesso modo balzando da un pensiero all’altro, da un’emozione all’altra, causandoci turbamento. Tutto questo dà origine alla sofferenza, in particolare se comprendiamo come ognuno di noi si identifica con le proprie proiezioni mentali, rendendole solide e reali, un’abitudine cristallizzata difficile da sovvertire. Per esempio c’è molta differenza nel dire “Sono arrabbiato” dal pronunciare “Sento l’emozione della rabbia”.

    La tecnica alla base di ogni meditazione buddhista, è in grado di accrescere lo stato di presenza e consapevolezza della mente.

    La Meditazione consiste nel lasciare quest’ultima concentrata su un oggetto qualsiasi, concreto o immaginario, come unico supporto alla meditazione stessa, in modo da dirigere la mente in un’unica direzione, come la punta di una freccia (al contrario di come è abituata a fare di solito).

    Ci si può concentrare su una pietra, su una statua del Buddha, su forme luminose, oppure nel caso più comune sul respiro, siccome è sempre a nostra disposizione e non nutriamo nessun giudizio positivo o negativo a riguardo.

    L’obiettivo della meditazione è quello di rimanere concentrati senza sforzo.

    Nel caso del respiro ad esempio, sul flusso d’aria che va e viene alla punta del nostro naso e quando capita che la nostra mente si distrae (accade ogni volta che ci accorgiamo di non essere più focalizzati sul nostro supporto), allora la riportiamo di nuovo dolcemente sull’oggetto, in questo caso il respiro.

    Per ottenere dei cambiamenti apprezzabili occorre ripetere questa tecnica di meditazione ogni giorno per periodi di tempo sempre più lunghi e possibilmente frequenti.

    Se riusciremo ad essere abbastanza costanti nella meditazione, dopo circa un mese, potremo notare i primi risultati, che si traducono in una maggiore serenità e calma mentale, una migliore concentrazione, un approccio più fiducioso nei confronti del futuro e contemporaneamente una crescente accettazione per gli episodi del passato.

    Ovviamente esistono anche altre tipologie di meditazioni più complesse, dove si utilizzano particolari visualizzazioni, oppure vengono pronunciati dei mantra, o ancora si ricorre a specifiche tecniche di respirazione, ma alla base di tutto occorre sempre cercare di mantenere il più possibile la presenza e la consapevolezza (il famoso vivere nel qui ed ora), provando a lasciare scorrere le proiezioni della mente senza esserne distratti, solo così sarà possibile accedere allo stato meditativo vero e proprio.

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    Matteo Ferrarini Counselor

    NGONDRO: CINTURA NERA DI BUDDHISMO

    6 anni ago · · 0 comments

    NGONDRO: CINTURA NERA DI BUDDHISMO

    Finalmente sono riuscito a terminare il Ngondro.

    Il Ngondro è l’insieme delle quattro meditazioni preliminari del lignaggio kagyupa, che di solito vengono completate nei ritiri monacali triennali, durante il primo anno di pratica.

    Ho come l’impressione di aver raggiunto un traguardo di vitale importanza, d’altronde sono anni che ogni giorno mi dedico alla pratica personale con costanza certosina.

    All’inizio credevo che fosse quasi impossibile riuscire come da tradizione, a ripeterle per ben centoundicimilacentoundici volte (si fa persino fatica a scriverlo) e invece il tempo e la forza di volontà mi hanno dato ragione, anche se devo ammettere che l’esempio di alcuni amici che sono riusciti a completarlo prima di me ha contribuito a darmi una notevole spinta, per questo li ringrazio dal profondo del cuore.

    Come recitava una famosa pubblicità, “il Ngondro è per molti, ma non per tutti” e nonostante lo slogan possa apparire leggermente ottimista, l’esperienza personale ha dimostrato che è possibile portarlo a termine con successo, anche vivendo in una moderna società occidentale.

    In altri contesti ho già affrontato le pratiche delle prosternazioni e del guru yoga (la prima e l’ultima), mentre non ho ancora accennato alla seconda e terza pratica.

    Queste, in breve, consistono rispettivamente nella purificazione del karma mentale più grossolano e nella riduzione dell’attaccamento unito allo sviluppo della generosità.

    Una volta concluse queste interminabili meditazioni, ho notato che tende a sorgere una sensazione d’appagamento, proprio come quando un esperto di arti marziali riceve la sospirata cintura nera dal proprio maestro, dopo aver superato l’esame finale.

    La verità è che purtroppo non siamo giunti alla fine del percorso, semmai siamo pronti per cominciare a preparare seriamente il nostro primo combattimento, ma attenti, il nemico è sempre alle porte!

    Ricordo le parole del mio maestro di aikido quando raccontava che diversi allievi avevano lasciato la palestra dopo aver ottenuto la cintura nera, convinti di essere arrivati, quando invece secondo il suo parere erano appena giunti al fatidico momento dove il gioco si faceva duro.

    In effetti era un quarto dan e poteva chiaramente comprendere come l’esecuzione delle tecniche marziali fosse più fluida e i movimenti più armoniosi, rispetto ad una qualsiasi altra cintura nera.

    Ora anch’io mi rendo conto, che nonostante abbia appena superato l’esame di cintura nera di buddhismo, sono ancora lontano anni luce dai miei maestri spirituali che potrei paragonarli all’ottavo dan di buddhismo o anche di più!

    D’altronde hanno meditato per una vita intera, partecipando a numerosi e lunghissimi ritiri di meditazione, ricevendo tantissimi insegnamenti e iniziazioni dai loro maestri radice.

    Con la mia attuale esperienza forse potrei cavarmela nella palestra di casa (il mio gompa), dove la mente è allenata a meditare in un ambiente controllato, ma sono conscio che ho ancora tanta di strada da fare, soprattutto se penso a un combattimento all’aperto, dove per non soccombere è necessario sapersi destreggiare con presenza e compassione alle emozioni taglienti che potrebbero attaccarci in qualsiasi momento.

     

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    REIKI, MOLTO PIÙ DI UN METODO DI GUARIGIONE

    6 anni ago · · 0 comments

    REIKI, MOLTO PIÙ DI UN METODO DI GUARIGIONE

    Esistono numerose leggende che riguardano la nascita del reiki e la vita del suo fondatore Mikao Usui, anche se ultimamente si è fatta molta più chiarezza a tal proposito.

    Usui nacque in Giappone nel 1865 nella prefettura di Gifu, un’epoca in cui nel Paese del sol levante regnava ancora una rigida struttura feudataria e dove i famosi samurai circolavano liberamente per le strade armati di spade.

    La sua famiglia apparteneva al rango più alto dei samurai denominato hatamoto, gli unici che potevano disporre di proprietà terriere, inoltre il loro stemma era contrassegnato dal sole e la luna, simbolo dei Myoken bodhisattva, infatti praticavano il buddhismo Tendai.

    Usui, fin dalla tenera età, fu portato in un monastero Tendai per studiare le materie umanistiche e imparare i precetti buddhisti, dopo di che come da tradizione zen Tendai, cominciò saltuariamente a meditare nelle caverne, portando a termine numerosi cicli di ritiri della durata di 21 giorni.

    Durante uno di questi ritiri effettuati presso il monte sacro Kurama, mosso dall’immensa compassione di poter essere di beneficio per tutti gli esseri senzienti, ebbe una profonda esperienza spirituale e gli apparve nella mente un’emanazione di Avalokiteshvara (il buddha della compassione) che gli trasmise il sistema completo del reiki.

    Mikao Usui decise così di trasmettere gli insegnamenti ricevuti, che in origine erano più estesi e profondi rispetto all’attuale sistema divenuto famoso in occidente, concentrato prevalentemente sul potere di guarigione.

    Difatti all’inizio il reiki non aveva questo nome, ma soprattutto il suo scopo prioritario consisteva in un percorso spirituale completo, volto al raggiungimento della perfezione personale.

    Usui insegnava che “è nella maestria del mistero del sé, che impariamo ad avere effetto sui misteri della vita”, ovvero se siamo in grado di comprendere la nostra vera natura, allora saremo anche capaci di capire la natura reale delle cose e dell’universo intero.

    Questi insegnamenti hanno una profondità tale che non dovrebbero essere confusi con l’attuale pensiero new age, dove il reiki viene spesso scambiato per una tecnica energetico emozionale fine a sé stessa, capace di favorire l’autoguarigione nelle persone, appoggiando banalmente le mani sul corpo.

    Un altro importante insegnamento riguardava la cura interiore dell’individuo, che poteva avvenire solo attraverso la pratica della meditazione, unita a quella esteriore, che comprendeva la comprensione del karma e una corretta condotta etica, considerata la medicina spirituale per tutti i disturbi.

    Quest’ultima veniva condensata in cinque precetti fondamentali da ripetere mentalmente o verbalmente due volte al giorno, seduti in posizione gassho (a gambe incrociate).

    Il primo precetto recita “solo per oggi non ti arrabbiare” e come sappiamo la rabbia è l’emozione disturbante più deleteria che in un istante brucia anche un karma estremamente favorevole;

    il secondo precetto afferma “solo per oggi non ti preoccupare “, ovvero consiglia di andare oltre le speranze e le paure nei confronti di un futuro immaginario che non possiamo conoscere e si può riassumere con il vivere nel “qui ed ora”;

    il terzo precetto espone “solo per oggi sii umile” e lavora sull’illusione causata dall’egocentrismo, che porta a sentirci superiori agli altri;

    il quarto precetto indica “solo per oggi sii onesto nel tuo lavoro” e presuppone il rispetto verso se stessi e gli altri;

    infine il quinto precetto enuncia “solo per oggi sii compassionevole con te stesso e con gli altri” e ci ricorda lo sviluppo della bodhicitta (la compassione equanime), che è il cuore degli insegnamenti buddhisti.

    Come abbiamo potuto constatare, l’originaria pratica del reiki è chiaramente inscindibile dal dharma ed è sintetizzata in questi cinque pensieri basilari ai quali sono state integrate delle antiche tecniche energetiche di origine shintoista, in grado di adeguare questo metodo a qualsiasi tipo di studente, senza che debba per forza aderire ad alcuna fede religiosa.

    Il termine “reiki” non è stato coniato direttamente dal suo fondatore, piuttosto sembra provenire da un generale della marina giapponese di nome Hayashi (colui che trasmise per primo il reiki in occidente in una versione laica più semplificata) e pare si riferisse ai portentosi metodi di guarigione di Usui, del quale era discepolo.

    Mikao Usui definiva il suo metodo una tecnica di guarigione che opera contemporaneamente sul piano energetico (andando a riequilibrare gli scompensi nel nostro sistema energetico) e spirituale (aiutandoci a diventare parte della coscienza universale).

    Risulta abbastanza intuibile che la capacità di guarigione di ognuno, dipenda in particolar modo dal grado di realizzazione spirituale acquisito, insieme al livello di esperienza maturato sul campo, per tale motivo è consigliabile seguire un percorso spirituale profondo e dedicare più tempo possibile alla pratica del reiki.

    Nei giorni nostri ogni persona può decidere liberamente di diventare un operatore reiki, in tal caso vi consiglio di affidarvi ad un maestro scrupoloso che vi trasmetta sensazioni positive.

    Ogni master reiki ha conseguito la necessaria abilitazione per conferire ai novizi le iniziazioni e gli insegnamenti indispensabili, affinché possano a loro volta divenire dei canali in grado di trasmettere al mondo l’energia universale.

     

     

    Per ogni ulteriore informazioni potete visitare la pagina Attività del mio sito e ottenere un appuntamento attraverso il modulo contatti per il trattamento reiki o la possibilità di frequentare i corsi di attivazione alla pratica del reiki.

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      MANGIACADAVERI VS VEGANI

      6 anni ago · · 0 comments

      MANGIACADAVERI VS VEGANI

       Il termine “mangiacadaveri” coniato dagli amici vegani lo trovo molto simpatico, anche se spesso viene utilizzato in tono dispregiativo, accompagnato da un’aura di avversione figlia a sua volta di una compassione non equanime.

      Tralasciando la questione etica vorrei concentrarmi sull’aspetto karmico che ne consegue nel nutrirsi di carne, piuttosto che di prodotti vegetariani o vegani.

      Innanzitutto va detto che qualunque essere vivente che abiti questo pianeta, escluse rare eccezioni che vedremo in seguito, produce del karma negativo ogni volta che si nutre di qualsiasi tipo di cibo, poiché finisce inevitabilmente a far parte del ciclo di sofferenza che coinvolge la morte di ogni sorta d’animale.

      Per quanto riguarda il nutrirsi di carne è abbastanza elementare comprendere come questi animali vengano uccisi e macellati e quanto possa essere grande la loro sofferenza in questo processo di morte violenta, ma occorre anche capire che la coltivazione di vegetali richiede comunque il sacrificio di piccoli animali che vivono nel terreno durante l’aratura, o la morte di insetti falciati nel periodo del raccolto, oppure uccisi con l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti.

      Ricordo un racconto su Kalu Rimpoche. Un grande maestro realizzato.

      Alcuni suoi discepoli rimasero ammutoliti vedendolo divorarsi una bistecca.

      Il Maestro si rivolse chiedendo loro se stava dando fastidio poiché ne comprendeva il disagio, rispose che anche loro stavano bevendo del the, a sottolineare che anche dietro a quel comportamento apparentemente innocuo, si nascondeva comunque un processo di sofferenza.

      Pertanto è bene essere consapevoli che qualunque cibo decidiamo di mangiare, finiamo inevitabilmente per creare sofferenza e un karma negativo, in quanto esseri organici.

      Normalmente la maggior parte delle persone non è in grado di sperimentare una compassione equanime, infatti ha la tendenza di provare più empatia per i mammiferi di media o grande taglia, mentre fatica a nutrire la stessa compassione nei confronti di animali considerati culturalmente sgradevoli, come topi, rettili o ragni. In realtà tutti gli esseri viventi provano ugualmente dolore durante la morte, non dovrebbero esserci favoritismi!

      Allora vi chiedo quale sia il fattore predominante che determina un karma maggiormente negativo nel mangiare una salsiccia, piuttosto che un’insalata con pomodori.

      Ebbene la risposta è insita nella volontarietà dell’uccisione dell’animale: nel consumo di vegetali manca la volontarietà diretta nell’uccidere degli animali durante la realizzazione del prodotto e ciò comporta un karma meno negativo rispetto al consumo di carne, che al contrario prevede l’uccisione volontaria dell’animale, questa è la grande differenza.

      Ad ogni modo come ho scritto in precedenza ci sono delle rare eccezioni, poiché la maturazione del karma dipende anche dal nostro grado di comprensione e di realizzazione della mente illuminata: esistono infatti dei racconti di maestri realizzati (per esempio Tilopa quando incontra per la prima volta Naropa) in grado di liberare istantaneamente il principio cosciente dell’animale mangiato e di veicolarlo verso rinascite superiori, ma non credo sia il nostro caso.

      Personalmente ritengo che la decisione di essere onnivori, vegetariani o vegani debba dipendere esclusivamente dalla nostra sensibilità interiore, evitando di creare attriti o tensioni nella mente, poiché scelte forzate porterebbero di sicuro ad emozioni disturbanti maggiori, con la conseguenza di un karma ancora più nefasto, come avviene anche nel caso della non accettazione e del conseguente giudizio di chi fa scelte differenti dalle nostre.

      Per esempio alcuni vegani, forti della scelta etica a loro giudizio corretta, nutrono disapprovazione nei confronti degli onnivori, alimentando emozioni di avversione e rabbia, purtroppo più deleterie delle tendenze egoiche che portano gli onnivori a consumare carne.

      Il rischio è quello di creare un karma sicuramente meno negativo dovuto alla consumazione del cibo vegetale, ma contemporaneamente ne viene prodotto un altro più pesante dovuto alla continua avversione, finendo per bruciare i meriti precedentemente acquisiti.

      Per fortuna esistono anche dei metodi o mezzi abili che diminuiscono l’effetto negativo del karma: è possibile infatti offrire mentalmente il cibo da consumare ai tre gioielli (Buddha, Dharma e Sangha) per mezzo di preghiere specifiche; oppure ci sono mantra da pronunciare come quello di Chenrezig, il Buddha della compassione (OM MANI PEME HUNG) che possono essere ripetuti anche quando troviamo degli animali morti sulla strada, facendo gli auspici che possano rinascere a miglior vita; esiste anche un mantra specifico per la carne (per riceverlo occorre però avere preso rifugio) che pronunciato e soffiato sopra il cibo, crea un legame positivo con l’animale, andando da una parte a mitigare il karma negativo di chi lo mangia e dall’altra a giovare l’anima dell’animale stesso, affinché possa ottenere una rinascita favorevole.

      Ad ogni modo i consigli più semplici sono quelli di mantenere una certa consapevolezza mentre si mangia, di evitare di ingerire cibo quando nella nostra mente sono presenti forti emozioni come la rabbia e infine di sviluppare gioia e gratitudine verso l’animale che ha donato la sua vita per noi. Rimangono giusto le ultime considerazioni importanti sul consumo di carne che riguardano la gravità nell’uccisione degli animali, ovvero nel caso vengano uccisi volontariamente per divertimento come nella caccia (volgarmente chiamato sport), oppure nel caso lo si faccia come lavoro, come avviene per molti macellai. È abbastanza intuibile in questi casi quanto il karma risulti essere pesante e porti a rinascite in mondi inferiori.

      Un’altra aggravante karmica di livello minore rispetto all’uccisione diretta, corrisponde nel commissionare a qualcuno un animale per il desiderio di mangiarlo, come chiedere una preda ad un cacciatore, oppure scegliere al ristorante un’aragosta dall’acquario.

      Inoltre alcuni lama sostengono che sia preferibile cibarsi di grandi animali, piuttosto che di piccoli, poiché in questi casi la morte di un unico animale di grandi dimensioni può sfamare molti uomini, mentre occorrono moltissimi piccoli animali per sfamare un’unica persona (esempio della mucca e dei gamberi). Infine va aggiunto che per quanto riguarda la pratica meditativa, la carne contiene delle proteine più difficili da digerire rispetto a quelle vegetali, per questo motivo produce uno stato di torpore mentale più prolungato nel tempo, di conseguenza nei ritiri solitamente si mangia cibo solo vegetariano o vegano.

      Ecco che risulta abbastanza comprensibile che in un percorso volto alla crescita spirituale venga consigliata la diminuzione del consumo di carne.

       

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